Due data center «di preminente interesse strategico»: fino a 400 MW nel Milanese e 30 nel Sulcis, 6,8 miliardi

Chi ha ristrutturato casa conosce il giro degli sportelli: il comune per il permesso, a volte la soprintendenza, poi il gestore della rete per l’allaccio. Per un campus di data center gli sportelli sono molti di più, e ognuno ha i suoi tempi. Il 4 agosto il governo ha deciso che, per due nuovi progetti, le pratiche passeranno per una scrivania sola: quella di un commissario straordinario, con il potere, se serve, di derogare per ordinanza alle leggi non penali, salvo poche eccezioni.

Il Consiglio dei ministri (comunicato n. 185), su proposta del ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso, ha dichiarato di «preminente interesse strategico nazionale» due programmi di investimento per data center, per un valore complessivo di circa 6,8 miliardi di euro. I numeri sono quelli dei comunicati del governo e del ministero: stime, quasi tutte precedute da «circa».

  • K2 Strategic Infrastructure, a Zibido San Giacomo e Lacchiarella, nell’area metropolitana di Milano: un campus hyperscale fino a circa 400 megawatt, per circa 5,3 miliardi. Lo promuove K2 Strategic Infrastructure Italy S.r.l., detenuta da K2 Strategic Pte. Ltd. Per i quattro anni di cantiere, in media circa 2.000 unità lavorative annue; poi circa 200 posti diretti e 1.300 nell’indotto.
  • Digital Vault Sulcis, presso l’ex miniera di carbone di Monte Sinni a Nuraxi Figus, nel comune di Gonnesa, in Sardegna: un data center «Edge AI» fino a circa 30 megawatt, integrato con impianti per produrre e accumulare energia rinnovabile, per circa 1,49 miliardi. Lo promuove Energy Vault Sulcis S.r.l., controllata indirettamente da Energy Vault Holdings Inc. A regime, circa 400 posti di lavoro annui fra diretti e indotto.

Le due cifre non si confrontano: a conti nostri, 5,3 miliardi per 400 megawatt fanno circa 13 milioni per megawatt, 1,49 per 30 quasi 50, ma il progetto sardo comprende produzione e accumulo di energia, e i comunicati non dicono come si divide la spesa. Con queste due delibere salgono a sette i programmi di data center dichiarati strategici, per oltre 25 miliardi: cinque in Lombardia, uno in Piemonte, uno in Sardegna.

I sette programmi di data center «strategici» investimento dichiarato dal governo, in miliardi di euro Vantage Lombardia 8 K2 Strategic Infrastructure Lombardia · fino a 400 MW 5,3 Equinix Lombardia 4 Techbau Piemonte 4 Edgeconnex Lombardia 3 Digital Vault Sulcis Sardegna · fino a 30 MW 1,49 Amazon Lombardia 1,2 dichiarati il 4 agosto 2026 dichiarati in precedenza Totale: oltre 25 miliardi. Tutti gli importi sono «circa», tranne quello di Vantage.

Che cosa fa la dichiarazione

La base è l’articolo 13 del decreto-legge 104 del 2023, il «decreto Asset». Vale per i grandi programmi di investimento diretto, anche esteri, da almeno un miliardo di euro, esclusi quelli di opere pubbliche, che per essere realizzati richiedono procedimenti di più amministrazioni: enti locali, regioni, Stato. Dichiararli strategici mette in moto tre cose.

  • Un commissario. Un decreto del presidente del Consiglio, d’intesa con il presidente della Regione, nomina un commissario straordinario di governo, senza compenso.
  • Un’autorizzazione sola. Il commissario convoca una conferenza di servizi con tutte le amministrazioni competenti, comprese quelle per ambiente, paesaggio, beni culturali e salute, e rilascia un’autorizzazione unica che sostituisce ogni altro atto: vale come variante dei piani urbanistici e come dichiarazione di pubblica utilità, e apre la strada agli espropri.
  • Le deroghe. Dove serve, il commissario può agire per ordinanza «in deroga a ogni disposizione di legge diversa da quella penale», sentite le amministrazioni competenti, che hanno quindici giorni per esprimersi; poi si procede anche senza il loro parere. Restano fermi il codice antimafia, i poteri speciali del governo, il cosiddetto golden power, e i vincoli europei. Le ordinanze sono subito efficaci e vanno in Gazzetta Ufficiale; per derogare a una legge regionale serve l’intesa in Conferenza Stato-Regioni.

Un’autorizzazione unica, peraltro, da febbraio c’è per tutti i data center delle tre categorie definite dal regolamento delegato UE 2024/1364 (aziendali, in coubicazione e in co-hosting): l’articolo 8 del decreto-legge 21 del 2026, convertito ad aprile, prevede un procedimento unico davanti all’autorità competente per l’autorizzazione integrata ambientale, di dieci mesi al massimo (più tre in casi eccezionali), con i tempi della valutazione d’impatto ambientale dimezzati; e al comma 7 rimanda all’articolo 13 per i progetti strategici. La differenza sta in chi guida la pratica e nei poteri di deroga. L’articolo 13, invece, non fissa un termine suo: valgono quelli ordinari della conferenza di servizi.

Due strade per autorizzare un data center Data center (reg. UE 2024/1364) d.l. 21/2026, art. 8 Programma «strategico» d.l. 104/2023, art. 13 · da 1 miliardo di euro Istanza unica all’autorità competente per l’AIA Conferenza di servizi con tutte le amministrazioni competenti Autorizzazione unica entro 10 mesi prorogabili di 3 solo in casi eccezionali tempi della VIA dimezzati Delibera del Consiglio dei ministri su proposta del ministro delle Imprese Un commissario straordinario nominato con Dpcm, d’intesa con la Regione Autorizzazione unica del commissario dopo la conferenza di servizi: vale come variante urbanistica e pubblica utilità In più: ordinanze in deroga a ogni legge non penale, se necessario salvi antimafia, golden power, vincoli UE leggi regionali: intesa Stato-Regioni Art. 8, comma 7: se il progetto è dichiarato strategico, l’autorizzazione unica segue l’articolo 13

Il conto in elettricità

Quattrocento megawatt sono una capacità massima, non un consumo, e il comunicato non precisa se siano la potenza dei server o quella chiesta alla rete, che comprende anche il raffreddamento. Danno però un ordine di grandezza, e il conto è nostro. Un impianto che assorbisse 400 megawatt per tutte le 8.760 ore dell’anno userebbe circa 3,5 terawattora: poco più dell’1 per cento dei 311,3 terawattora che l’Italia ha consumato nel 2025, secondo Terna. È un tetto teorico, non una previsione: un data center non lavora sempre al massimo.

Come si passa dai calcoli di un modello ai kilowattora, e che cosa misura il PUE, il rapporto fra l’energia dell’intero edificio e quella che arriva ai server, è spiegato nel libro.

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Intanto la fila per la rete si allunga. Le richieste di connessione alla rete di trasmissione nazionale per nuovi data center, scrive Terna, erano 411 a fine 2025, per 69,05 gigawatt, più del doppio dei circa 30 di un anno prima. Al 21 agosto, secondo dati Terna riportati dal Sole 24 Ore, erano 531 per 95,38 gigawatt, ma solo 15, per 1,88 gigawatt, avevano raggiunto la fase più avanzata; e i data center già allacciati in Italia, 226, sommavano 513 megawatt. Il solo campus di K2, se arrivasse ai suoi 400, ne varrebbe quasi l’80 per cento (anche questo è un conto nostro). In tutta l’Unione, ricorda la Commissione, i data center hanno consumato circa 68 terawattora nel 2024. Il 21 settembre la Commissione ha proposto un sistema comune di rating su energia e acqua per i data center sopra i 500 kilowatt: ne scriviamo a parte.

C’è poi la Regione. La Lombardia, dove stanno cinque dei sette programmi, si è data a giugno una legge sui centri dati, la n. 11 del 3 giugno 2026. Premia chi sceglie aree dismesse, energia a impatto carbonico neutrale, recupero del calore di scarto e un raffreddamento che non prelevi dall’acquedotto né da acque per uso potabile o irriguo. Secondo il ministero, Urso ha sentito il presidente della Regione, Attilio Fontana, «per verificare la piena conformità» degli investimenti a quella legge.

Che cosa manca

Al 24 settembre, fra gli atti pubblicati che abbiamo consultato, non c’è il decreto di nomina dei due commissari: le schede del ministero sui due programmi riportano solo la delibera, mentre per Vantage e Amazon indicano anche il commissario, e il comunicato del governo dice che per ciascun programma «sarà nominato». Senza commissario non si convoca la conferenza di servizi, e senza conferenza non c’è autorizzazione. Nei comunicati mancano anche i dati per giudicare i progetti dal lato della rete e del territorio: da dove arriverà l’energia, con quali tempi di allaccio, quanta acqua servirà al raffreddamento.

La dichiarazione non costruisce niente. Sposta le pratiche su una scrivania sola e dà a chi la occupa il potere di scavalcare le regole ordinarie, con poche eccezioni. È uno strumento pensato per la velocità, e per questo le domande da fare ai prossimi atti sono di trasparenza: che cosa verrà derogato, e con quale peso sulla rete e sull’acqua di chi abita intorno. Le ordinanze, almeno, finiranno in Gazzetta Ufficiale, dove chiunque potrà leggerle.

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